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Sono tantissimi i genitori che, magari dopo aver fatto training lunghi e articolati per togliere il pannolino ed essere riusciti ad insegnare al proprio figlio ad utilizzare il vasino, possono ritrovarsi a fare i conti con il problema “mutandine sporche di cacca”.

 

Questi stessi genitori si ritrovano, inoltre, a districarsi da una parte con i propri vissuti di preoccupazione e rabbia (‘Perché mio figlio trattiene la cacca e poi finisce per sporcare le mutandine?’ ‘Come mai mio figlio non vuole usare il vasino per fare la cacca?’) e dall’altra con ciò che forse il bambino sta provando: vergogna, paura, imbarazzo? (‘Perché mio figlio si nasconde prima e dopo essersi sporcato le mutandine?’).

Vivere una situazione familiare in cui la ‘cacca’ diventa un ‘problema’ può essere complesso e faticoso, può creare tensioni e timori, e può inoltre portare l’intera famiglia ad uno stato di blocco.

Ma di cosa si tratta? Si può parlare di encopresi? Cosa si può fare?

 

DEFINIZIONE

Con il termine “encopresi” si intende l’emissione, a volte in maniera involontaria e altre volte volontaria, di feci in luoghi e modi inappropriati, in un’età in cui il bambino dovrebbe aver acquisito il controllo sfinterico.

Dal greco ἐν = in e κόπρος = sterco, la parola “encopresi” fa pensare, in senso letterale, alle feci tenute all’interno, ma in realtà oggi tale termine viene adoperato per indicare la modalità reiterata in un bambino della fuoriuscita delle feci, in parte o tutte, all’interno delle mutandine.

 

SINTOMI E DIAGNOSI

Quando parliamo di encopresi si può far riferimento a due diverse tipologie:

·       Encopresi Primaria, quando si manifesta prima che il bambino abbia raggiunto il controllo dello sfintere anale e imparato ad utilizzare il vasino.

·       Encopresi Secondaria, quando si manifesta successivamente all’acquisizione adeguata da parte del bambino del controllo degli sfinteri e dell’uso del vasino.

Affinché si possa fare diagnosi di encopresi dovrebbero essere presenti 4 caratteristiche:

1.     L’età cronologica dei pazienti deve essere di almeno 4 anni.

2.     Il ripetersi di episodi inappropriati intenzionali o involontari.

3.     Questi eventi devono verificarsi almeno una volta al mese per almeno 3 mesi.

4.     Il comportamento non è attribuito agli effetti delle sostanze (ad es. lassativi) o qualsiasi altra condizione organica/medica.

In generale può trattarsi di manifestazioni inappropriate di emissione volontaria o involontaria di feci che possono essere solo diurne, solo notturne o entrambe. Inoltre si possono manifestare con un’urgenza all’evacuazione o con una tendenza a trattenere lo stimolo finché non risulti più gestibile la contrazione dello sfintere, dando così luogo alla fuori uscita delle feci.

Si tratta di un disturbo che colpisce un numero elevato di bimbi tra i 4 e gli 8 anni e può protrarsi, in casi estremi, anche in età adolescenziale. Nella maggior parte dei casi l’encopresi si manifesta prima dei cinque anni, ma può anche comparire negli anni successivi. In un rapporto di 3 a 1, l’incidenza del disturbo risulta superiore nei maschi rispetto alle femmine.

 

QUALI POSSONO ESSERE LE CAUSE?

All’origine dell’encopresi possono celarsi diverse possibili cause, tra cui:

§  Fattori organici: stipsi cronica, megacolon (le feci che si accumulano nella parte terminale dell’intestino lo dilatano in maniera cronica al punto che il bambino non avverte più lo stimolo), malattie gastrointestinali, etc.

§  Fattori anatomici: ragadi anali, defecazione dolorosa, rallentamento della motilità intestinale, etc.

§  Fattori alimentari: scarsa assunzione di acqua e di cibi contenenti fibre. etc.

§  Fattori cognitivi: deficit cognitivi.

§  Fattori psicologici: paura e ansia del vasino e del wc; insegnamento dell’uso del vasino o troppo aggressivo o eccessivamente permissivo; conflitto emotivo con i genitori; alterati rapporti intra-familiari (ad es. lutti, separazioni); atteggiamenti iperprotettivi o aspettative e richieste eccessive verso il bambino da parte dei genitori; traumi e/o abusi sessuali; etc.

Risulta, quindi, imprescindibile fare un’indagine ad ampio spettro, consultando varie figure professionali (pediatra, medici specialisti, psicologi/psicoterapeuti) al fine di individuare tutte le possibili cause correlate all’insorgenza dell’encopresi.

Una diagnosi tempestiva è, infatti, fondamentale per provare ad evitare che gli effetti secondari dell’encopresi si consolidino nel tempo.

 

I VISSUTI DEL BAMBINO E DEI GENITORI

Da un punto di vista prettamente psicologico, l’encopresi può rappresentare un campanello d’allarme che il bambino usa per segnalare difficoltà magari correlata ad un evento specifico come la separazione dei genitori, la nascita di un fratellino, un trasloco, un lutto, un trauma oppure relative a vissuti emotivi e relazionali più complessi, difficili da esprimere verbalmente.

L’encopresi può, inoltre, essere il segnale di uno stato di disagio più ampio del bambino che, facendo leva sul tentivo di controllo del suo corpo (trattenere-rilasciare le feci), cerca inconsciamente di ‘detenere il potere’ in famiglia per tenere uniti i propri genitori e attivarli sul macro tema della cura e delle attenzioni.

Quando gli episodi di fuoriuscita delle feci volontarie e involontarie si manifestano in modo più frequente i sentimenti che si sviluppano all’interno della famiglia e nel bambino in particolare possono essere di vario tipo e tendono ad alimentare uno stato importante di tensione e preoccupazione intrafamiliare.

Nel bambino possono innescarsi sentimenti di ansia, senso di colpa e paura relativamente a ciò che mamma, papà, i compagni, le maestre, gli altri in generale, possono pensare di lui. La reazione potrebbe essere, quindi, quella di chiudersi ed isolarsi per la vergogna di essere scoperto o, al contrario, potrebbe virare in direzione di comportamenti provocatori o di dissimulazione. L’autostima può essere messa a dura prova e le componenti depressive possono far presto capolinea.

Nei genitori, l’avere a che fare con l’encopresi del loro bambino, può scatenare il sentimento di frustrazione insieme a quello di preoccupazione, associato spesso però anche alla rabbia nella convinzione che lo sporcare le mutandine possa essere un gesto fatto apposta dal proprio figlio. Possono, inoltre, aggiungersi vissuti legati a senso di inadeguatezza rispetto alle proprie capacità genitoriali.

In generale l’encopresi, a lungo andare, può diventare oltre che preoccupante, anche limitante nei confronti di quella che dovrebbe essere una consueta e serena quotidianità dentro e fuori casa. Il rischio è quello di precludersi uscite, attività fisiche, gite e di ritrovarsi a vivere con terrore, il bambino, e nervosismo, i genitori, il momento dell’andare al bagno che diventa quindi motivo di conflitti impliciti ed espliciti tra grandi e piccoli, oltre che possibile capro espiatore di altre ‘problematiche’ sottostanti.

 

COSA FARE SE IL PROPRIO BAMBINO HA L’ENCOPRESI?

Sottolineando nuovamente l’importanza di un intervento tempestivo e la necessità di effettuare un’indagine incrociata a più livelli, considerate le possibili cause all’origine dell’encopresi, per quanto concerne l’intervento di supporto psicologico, nello specifico, può essere opportuno che l’intera famiglia si conceda uno spazio di confronto con uno specialista del settore.

Attraversare e conoscere i comportamenti connessi al tema encopresi e permettersi di esplorare vissuti di tutta la famiglia ad esso correlato, può permettere ai genitori di ritrovare serenità e al bambino di riacquisire autostima e sicurezza.

Sperimentare tutti insieme la consapevolezza delle proprie e altrui emozioni può essere un valido punto di partenza per andare poi a lavorare insieme sul sintomo più specifico legato all’evacuazione delle feci.

Per fissare un primo colloquio gratuito con l’Associazione In-Verso contattaci al:

·       06 92 94 62 45 per lasciare un messaggio  

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Articolo redatto da

Maria Adele Fasanella

25/02/2022

 

Martedì, 02 Novembre 2021 08:58

Quando si diventa genitori...che fine fa la coppia?

Diventare genitori è uno tra i passaggi più belli, ma anche più complessi e articolati della vita di ogni coppia.

 

“Cambiamento” sembra essere una parola chiave in questo passaggio. 

Con l’arrivo dei figli, ogni coppia si ritrova, infatti, a dover cambiare quella che era stata la propria vita in un equilibrio a due. 

Facendo posto ad un terzo/un quarto/un quinto, i genitori sono chiamati a rivoluzionare totalmente abitudini e relazione tra loro. Tutto il tempo che prima si dedicavano reciprocamente ora si trovano a doverlo dividere con nuovi arrivati che chiamano a sé tutte le attenzioni vitali ed affettive.

 

Con il passare del tempo, quelli che erano equilibrio e routine a due iniziano a ristabilirsi in un legame a tre/quattro/cinque. Tale riassetto sembra essere vitale in funzione di una quotidianeità dedita alla famiglia e al mettere al primo posto i bisogno dei figli. Allo stesso tempo, la focalizzazione familiare sembra, però, portare con sé anche un’importante disattenzione a quelli che erano e che sono i bisogni di quei genitori, o meglio di quella coppia che, in qualche modo, rischia così di perdersi tra abitudini giornaliere, pannolini, poppate, recite, sport, scuola, casa, lavoro e stanchezza generale.

 

Fare posto alla coppia genitoriale trasformando e continuando a “nutrire” anche quella coniugale, può essere davvero arduo!

 

Molte sono le coppie che con tenacia e ricerca reciproca riescono a trovare un nuovo assetto come genitori e allo stesso tempo come coniugi. Può anche capitare, però, che si venga a creare una crisi di coppia e che questa possa passare attraverso determinati vissuti, manifestandosi in vari modi.

 

CRISI DI COPPIA DOPO L'ARRIVO DEI FIGLI: come si potrebbe manifestare?

 

Vediamo alcuni tra i possibili vissuti e pensieri che potrebbero accendere un campanello di allarme rispetto al tema “crisi di coppia” tra genitori:

  • Le attenzioni sono tutte per i figli e io mi sento trascurato dal/dalla partner.
  • Adesso c’è solo una priorità: i figli, il resto dopo!
  • Mi sento costantemente stanco/a e apatico/a.
  • I nostri figli dormono con noi e non ricerchiamo mai momenti intimi da soli.
  • Non mi sento capito/a dal/dalla partner.
  • Non riconosco più la persona che mi è accanto: lo/la vedo solo come padre/madre.
  • Non facciamo altro che litigare.
  • Non c’è più dialogo tra noi.
  • Abbiamo modi di educare i figli diversi.
  • Non sento desiderio sessuale verso il/la mio/a partner.
  • Non mi sento apprezzato/a e desiderato/a dal/dalla partner.
  • Non usciamo mai da soli e non facciamo attività che non prevedano la presenza dei figli.
  • Tra noi c’è costante tensione e la si respira in tutta casa.
  • Mi sento in gabbia.

 

LA PSICOTERAPIA COME SPAZIO DI COPPIA

La coppia genitoriale, prima ancora di essere tale è stata e dovrebbe essere una coppia coniugale, per usare termini più comuni dovrebbe gelosamente custodire la proprietà di essere stata e di poter tornare ad essere una coppia di ‘amanti’.

Complicità, amore, passione, dialogo e intesa possono essere dei validi ingredienti affinchè la coppia di ‘amanti’ non svanisca e l’essere genitori, ovvero l’essere figure di riferimento per la crescita dei propri figli, passi attraverso la trasmissione di sensazioni positive di affetto, serenità e stabilità tanto di coppia quanto, quindi, individuali. 

 

I genitori dovrebbero, perciò, imparare a ritrovare dei loro spazi di coppia, che vadano oltre i figli.

La psicoterapia di coppia si propone quale spazio possibile di incontro, confronto, esplorazione e supporto per i genitori che si ritrovano a vivere una crisi di coppia nel cambiamento di fase di ciclo vitale che li vede proprio passare da una realtà a due ad una realtà familiare più ampia che può portare a disorientare e far perdere gli ‘amanti’.

 

Per fissare un primo colloquio gratuito di psicoterapia di coppia con l’Associazione In-Verso contattaci al:

  • 06 92 94 62 45 per lasciare un messaggio
  • 389 94 11 777 per parlare con un professionista.

 

Articolo redatto da

 Maria Adele Fasanella

 

30/10/2021

 

 

 

 

Martedì, 26 Gennaio 2021 11:33

IL RITIRO SOCIALE IN ADOLESCENZA

 

Nel corso dell’adolescenza il senso di vergogna, di impotenza e la generale confusione, vissuta nella fase per eccellenza di costruzione della propria identità, possono essere motivo per ragazzi e ragazze di smettere di investire sulle proprie risorse e sulle relazioni interpersonali.

L’isolamento diventa per loro la chiave di volta per affrontare il quotidiano, così ostico se vissuto fuori le mura di casa.

Senza dire che la dura realtà con cui la pandemia ci sta facendo confrontare da ormai tanti mesi, è sempre più fatta di relazioni virtuali... ciò che sta "fuori" e in carne e ossa è da avvicinare con prudenza (e diffidenza?)... e allora il ritiro può sembrare la via più "sicura".

 

COS’E’ IL RITIRO SOCIALE?

Quando si parla di ritiro sociale si fa riferimento al fenomeno riguardante quegli adolescenti che si rintanano a casa, spesso nelle loro camere, abbandonando le relazioni di amicizia con i pari e ogni tipo di contatto sociale.

Computer, social network, tv e consolle diventano per questi ragazzi validi sostituti del mondo reale, al punto tale da sentirsi appagati nel vivere la loro quotidianità tra film, videogiochi e contatti virtuali, a volte dimenticandosi persino di dover mangiare e prendersi cura di sé.  

La totale immersione in una sorta di realtà parallela può essere inoltre fautrice per questi adolescenti ritirati di un’inversione del ritmo sonno-veglia.  Sembrerebbe quasi non esservi per loro distinzione tra il giorno e la notte: dormono di giorno e “vivono” di notte.

Spesso il fenomeno del ritiro sociale in adolescenza ha origine da una fobia scolare, associata ad un senso di solitudine e d’inefficacia del ragazzo o della ragazza.

La porta di casa e ancor più spesso la porta della propria camera diventano il confine che scelgono di non valicare perché spaventati da quello che c’è fuori.

La stanza in cui quindi scelgono di rifugiarsi riveste per loro il significato di luogo sicuro in cui, da una parte, potersi proteggere dalle esperienze reali e concrete, dall’altra, concedersi di sperimentarsi per mezzo di esperienze immaginarie stimolate e sviluppate attraverso la rete.

 

COME INTERVENIRE IN SITUAZIONI DI RITIRO SOCIALE?

L’accesso dell’adolescente allo studio di uno specialista in questi casi può risultare faticoso, se non proprio impossibile in una prima fase. È auspicabile che un intervento di sostegno psicologico domiciliare possa permettere al ragazzo/a di ri-prendere confidenza con l’esterno attraverso un passaggio che prevede prima l’immersione del terapeuta direttamente nella realtà casalinga dell’adolescente.

L’Associazione In-Verso, considerando l’oggettiva difficoltà di uscita dalla zona confort costruita dal ragazzo/a, propone un servizio di Sostegno Psicologico e Psicoterapia a Domicilio in cui è il professionista a muoversi ed inserirsi negli spazi di vita del paziente, non perdendo mai di vista la famiglia che viene accompagnata e supportata lungo tutta la presa in carico.

 

Articolo redatto da Maria Adele Fasanella, 25/01/2021

 

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Mercoledì, 24 Giugno 2020 14:44

Adolescenti Hikikomori

L'adolescenza è la fase della vita per eccellenza che più di qualunque altra porta con sè paure, interrogativi e confusione tanto nel ragazzo/a, quanto nei genitori.

Nell'adolescenza i ragazzi e le ragazze, non senza difficoltà, cominciano a prendere consapevolezza del proprio corpo e della propria individualità, portano avanti un delicato e lungo processo di svincolo dalle proprie figure genitoriali e, più di ogni altra cosa, prediligono l’uscire la sera, il fare nuove esperienze, lo stare con i propri coetanei e il confrontarsi con loro, piuttosto che con mamma e papà.

I genitori si ritrovano quindi a fare i conti con i cambiamenti dei propri figli sia nell'aspetto che nei comportamenti, così come con il cambiamento dell’intero assetto familiare; ed è proprio di fronte a questo che rischiano di sentirsi spaesati. Tante possono essere le domande e i dubbi che insorgono nell'animo dei genitori di figli adolescenti, ma sono sempre più in aumento le situazioni in cui la paura maggiore ha a che vedere non tanto con il figlio che, come si suol dire “sta più fuori che a casa”, ma piuttosto con l’esatto contrario.  

 

PERCHE' MIO FIGLIO ADOLESCENTE NON ESCE E SI CHIUDE IN CAMERA?

Sono moltissimi i ragazzi adolescenti che scelgono di non andare più a scuola, interrompono le relazioni sociali e le attività ludico-sportive, si chiudono in camera e rifiutano ogni aiuto. Nella loro stanza dormono, leggono, disegnano, navigano in internet e giocano ai videogiochi, ma più di ogni altra cosa provano a proteggersi dall’esterno e dal giudizio altrui. Il fenomeno si chiama “Hikikomori”, che in giapponese significa “stare in disparte” e colpisce un gran numero di adolescenti.

Non si tratta né di depressione, né di dipendenza dai videogames, né di un disturbo di ansia.

Si tratta piuttosto di una fragilità e profonda sensibilità caratteriale di ragazzi che di fronte alle richieste e alle aspettative esplicite ed implicite relative al rendimento scolastico, alla realizzazione personale e alla cura dell’aspetto, secondo i canoni della moda, con dolore scelgono di ritirarsi dal ‘palcoscenico’ della realtà sociale per rintanarsi tra le quattro mura sicure della propria camera, dove sembra essere più semplice tenere a bada il sentimento di vergogna.

Questi adolescenti che scelgono il ritiro come forma di tutela verso se stessi, per proteggersi da tutto ciò che sembra far sperimentare loro paura e perdita del controllo, finiscono per mettere una grande distanza anche con le persone più vicine, come genitori e fratelli, lasciandoli fuori dal proprio mondo emotivo, simbolicamente rappresentato dalla porta della loro camera.

 

QUALI SONO I CAMPANELLI D’ALLARME CHE MI DEVONO FAR PENSARE ALL’HIKIKOMORI?

Senza voler essere troppo categorici e mantenendo sempre un’ampia visuale su tutto ciò che gira intorno all’adolescente e alla sua famiglia, i campanelli potrebbero essere:

  •   le numerose e frequenti assenze a scuola (sino ad arrivare a mesi consecutivi di assenteismo); l’ambiente scolastico, in particolar modo, può essere vissuto da questi adolescenti in modo negativo;
  •  l’inversione del ritmo sonno-veglia;
  •  l’autoreclusione in camera;
  • il prediligere attività solitarie.

 

INTERVENTO PSICOLOGICO DOMICILIARE CON ADOLESCENTI HIKIKOMORI

La casa, ma in particolar modo la propria camera, diventa per questi adolescenti la propria dimensione di vita, il loro tutto, il rifugio, la loro bolla di protezione dal mondo esterno. Gli adolescenti hikikomori rendono impossibile qualsiasi tipo di apertura a forme di aiuto terapeutico canonico ed è per questo che l’intevento psicologico domiciliare si propone come mezzo altro di aiuto per l’adolescente e la sua famiglia che si pone come principio cardine l’entrare concretamente a casa, in punta di piedi, in quella ‘bolla’ così delicata e in nessun altro modo attraversabile se non avvicinadosi attentamente a quello che è l’unico modo che il ragazzo/a ha trovato per sopravvivere in un momento difficilissimo della sua vita.

Lavorare in sinergia a domicilio con il ragazzo/la ragazza e la propria famiglia ha come obiettivo quello di offrire loro supporto ed aiuto in una fase di vita molto delicata, nella quale un intervento tempestivo può aumentare le probabilità di superamento del ritiro.

Articolo redatto da Maria Adele Fasanella 24/06/2020  

 

"HIKIKOMORI", CONSIGLI PER AIUTARE I GENITORI DI ADOLESCENTI CHE SI ISOLANO

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Venerdì, 21 Aprile 2017 20:01

S.O.S. GENITORI! Bambini e nuove tecnologie

In un video di qualche anno fa presente su youtube, si vede una bambina molto piccola che utilizza un Ipad con estrema disinvoltura, poco dopo alla bambina viene data una rivista che cerca di “utilizzare” proprio come un Ipad ma ovviamente “non funziona”.

Qualche tempo fa è stato coniato il termine di nativo digitale e immigrato digitale per distinguere quelle persone che sono nate prima o dopo l’avvento delle nuove tecnologie digitali.

Osservare la destrezza con cui un bambino utilizza uno strumento come Youtube rispetto ad un adulto è qualche cosa che spesso meraviglia.

Ma in che modo queste tecnologie influenzano lo sviluppo infantile? E che cosa fanno effettivamente i ragazzi quando prendono in mano il loro telefonino?

In questo articolo parleremo principalmente dei bambini e dei preadolescenti lasciando quindi fuori i ragazzi dai 14 anni in su, momento in cui la rete viene utilizzata in una maniera sicuramente differente rispetto alle precedenti fasi evolutive.

Secondo alcune ricerche il sito più amato dai pre-adolescenti è Youtube. Qui i bambini e i preadolescenti passano la maggior parte del loro tempo, oltre a quello investito sulle App ossia tutte quelle applicazione come Whatsapp, Snapchat, Telegram, Instagram e via dicendo.

Tornando allo sviluppo infantile, per comodità possiamo suddividerlo in tre aree: sviluppo cognitivo, fisico e sociale-affettivo.

Ovviamente questi ambiti non sono separati fra loro ed è ormai noto l’impatto che hanno le emozioni sui nostri apprendimenti.

Per quanto riguarda lo sviluppo cognitivo, le ricerche mostrano dei risultati molto contraddittori: alcune sottolineano il miglioramento del rendimento scolastico a seguito dell’utilizzo di programmi didattici online, altre invece lo disconfermano. Quello che emerge è che i bambini che utilizzano il computer sono maggiormente preparati per la scuola. A tale proposito comunque l’American Accademy of Pediatrics consiglia di evitare l’uso del monitor nei bambini prima dei 2 anni.

Uno dei motivi principali è l’effetto negativo sul sonno. Ci addentriamo quindi nell’area più fisica e nell’impatto che queste nuove tecnologie hanno sul nostro corpo.

Da uno studio condotto su alcuni bambini svedesi è emerso che quelli che più utilizzavano il computer o la tv dormivano meno oltre ad affermare più spesso di non amare la scuola.

Altri studi hanno mostrato l’effetto che hanno alcune onde emesse dallo schermo del computer sulla produzione di melatonina che è una sostanza prodotta dal nostro corpo che regola il sonno.

 

Ma che impatto hanno i “social” sullo sviluppo sociale e affettivo dei bambini?

Le ricerche cominciano a dare alcune risposte molto importanti e da non trascurare.

L’uso prolungato dei diversi dispositivi sembra inibire la naturale capacità dei soggetti più giovani di comprendere le espressioni facciali in quanto le ridotte interazioni faccia a faccia impoveriscono le abilità sociali che richiedono un contesto nel quale venire messe alla prova. Solo attraverso l'interazione con le persone il bambino impara a riconoscere gli stati d'animo altrui e rispondere di conseguenza regolando i propri affetti. Un bambino iperconnesso allo schermo del suo tablet rischia di essere disconnesso dalla realtà e di avere difficoltà a percepire e decodificare correttamente i segnali provenienti dall’ambiente e dalle persone. Le interazioni sociali diventano povere ed il rischio di emarginazione aumenta in modo considerevole.

Quindi le persone che hanno delle buone competenze sociali e delle buone relazioni utilizzano la rete per rafforzare i legami, mentre quelle più timide (spesso caratterizzate da ansia sociale) per comunicare quello che non riescono a comunicare in una relazione reale, cioè faccia a faccia. Internet permette a queste persone di avere il controllo ed evitare quindi situazioni imbarazzanti.

 

A partire da queste considerazioni come gestire il rapporto tra i bambini e le nuove tecnologie?

Impedire l’accesso ad Internet, oltre che praticamente impossibile, può voler dire perdere la possibilità di utilizzare delle importanti risorse che la rete può offrire. Non si può mettere in dubbio che internet per un bambino o un adolescente è uno strumento molto utile e un mezzo che offre e offrirà sempre più conoscenza e opportunità. Ma, al tempo stesso, internet si può trasformare in un’arma a doppio taglio.  

Sicuramente quello che può aiutare un genitore è un maggior controllo e la conoscenza dei software. On line esistono svariati blog che spiegano quali sono gli strumenti che si hanno a disposizione per modificare l’accesso on line e che tipo di filtri utilizzare per far sì che Internet venga utilizzato come mezzo positivo per lo sviluppo del bambino.

Il secondo luogo sono utili delle regole, per esempio per stabilire l’orario in cui computer e cellulari si devono spegnere, una sorta di check out digitale, oppure quando non è consentito utilizzarli (a tavola, ad esempio).

Quello che aiuta realmente è il dialogo.

Le regole vanno concordate insieme ai propri figli, questo non vuol dire che sono i figli a decidere ma che vengono aiutati a comprendere i rischi e le opportunità a cui vanno incontro, facendo nascere obiezioni e dubbi su quello che stanno affrontando:E’ un bene avere questi atteggiamenti in questa chat o commento su youtube?  Come mai?”; “Credi che possiamo aumentare la sicurezza in questa situazione?”; “Su questo blog danno questo consiglio, che ne pensi?”.

Quando le regole vengono concordate e negoziate aumenta la loro efficacia, perché vengono comprese, e soprattutto diventano un’occasione per conoscere meglio il mondo dei figli e aumentare la loro autonomia.  

Se sei interessato ai nostri laboratori esperienziali sull'argomento, clicca sul link sottostante:

http://www.associazioneinverso.it/psicologia-roma/psicologia-low-cost-novita-roma/31-s-o-s-genitori.html 

 

 

Articolo redatto dal Dott. Gian Luca Banini (aprile 2017)

 

 

 

Martedì, 11 Aprile 2017 21:51

S.O.S. GENITORI! Separazione...adesso che si fa?!

 

Quando si pensa ad una famiglia ed al suo ciclo vitale, è naturale soffermarsi su tutte quelle tappe che inevitabilmente, anche se con tempi e sfumature diverse, ognuna attraversa. Ci riferiamo alla formazione della coppia, alla scelta di condividere un progetto di vita - che può comportare la convivenza o il matrimonio - all'arrivo dei figli in alcuni casi, alle trasformazioni inevitabili che con gli anni si susseguono. Basti pensare alle caratteristiche e ai "compiti" differenti di una famiglia con un neonato, di una famiglia con un bambino alle prese con l'inserimento a scuola o, proiettandoci avanti negli anni, di una famiglia alle prese con l'uscita di casa dei figli (per questioni di studio o lavorative) e con il  pensionamento dei genitori.

 

La famiglia, per poter essere funzionale, deve essere in grado di muoversi lungo due direzioni, quella dell'appartenenza, che caratterizza tutti i membri in ogni fase e, allo stesso tempo, la dimensione dell'autonomia che, col passare degli anni, deve permettere ai figli di diventare sempre più competenti ed autonomi.

Gli eventi appena descritti a grandi linee vengono definiti normativi, proprio perchè, anche se con tempi che non sono prevedibili, rappresentano la tipica evoluzione di un nucleo familiare. Esistono però molti altri eventi che, contrariamente ai precedenti, possono accadere in maniera imprevista ed improvvisa, generando delle fasi critiche che la famiglia si trova a dover gestire.

E' possibile farne diversi esempi, anche considerando l'attuale scenario sociale e culturale di cui facciamo parte: la perdita del lavoro di un genitore, un suo ricollocamento con ruolo e responsabilità differenti, un lutto precoce (di un genitore o di un familiare comunque vicino), la separazione della coppia e la conseguente necessità di trovare un nuovo equilibrio.

E' proprio in riferimento a quest'ultima eventualità che, con questo articolo, cercheremo di dare qualche indicazione in più. Non ci proponiamo di fornire delle risposte, trattandosi di un argomento delicato e che assume sfaccettature differenti a seconda delle specificità della famiglia che lo attraversa, ma di sollecitare piuttosto delle domande, dei temi su cui riflettere e potersi interrogare.

Prima di tutto, ci sembra utile dire che, quando una famiglia si trova a dover affrontare una separazione, tutti sono coinvolti dai cambiamenti in atto ma sicuramente i più piccoli vanno accolti, indirizzati e rassicurati sulla possibilità di trovare un nuovo equilibrio. Gli adulti conoscono bene (o quasi) ciò che li ha portati alla decisione di separarsi, mentre i bambini non ne hanno consapevolezza e andrebbero assolutamente tenuti fuori da confronti o, peggio, liti sui medesimi motivi.

Alcune indicazioni potranno sembrare quasi banali, pensando che col buon senso si potrebbe certamente affrontare la situazione nel migliore dei modi ma, per l'esperienza avuta e per le tante situazioni di sofferenza incontrate, ci sembra doveroso specificare che, quando il dispiacere, la delusione, il senso di fallimento e, in alcuni casi, la rabbia si manifestano nella coppia, è difficile rimanere lucidi ed anteporre il benessere dei figli alle altre dinamiche relazionali.

Come si può comunicare una separazione ai figli?

Molto dipende dall'età dei bambini o ragazzi in questione; una regola importante può essere quella di chiarire prima bene tra gli adulti quali sono i passi da compiere e le modalità con cui si affronteranno, e poi cercare il modo di condividere con i figli, insieme, senza esplicitare o lasciar intendere posizioni da "colpevoli o vittime".

A volte, la separazione arriva dopo una fase di elevata litigiosità o, in alcuni casi, dopo una fase in cui le comunicazioni tra i partner sono diventate quasi assenti e proprio i figli si sono trovati nella scomoda ed emotivamente faticosa condizione di portavoce ("Dici a tua madre che...."; "Fai capire a tuo padre che...."; "Se tuo padre facesse.."; "Se tua madre capisse...." sono solo alcuni esempi del vasto repertorio). La coppia, quando comincia a vivere una situazione di difficoltà, fa talvolta dei tentativi per risolvere o superare la fase di stallo in cui si trova. Quando le risorse individuali o comuni sembrano non bastare, potrebbe essere importante rivolgersi ad uno specialista, per confrontarsi su quello che sta accadendo ed orientarsi rispetto alle possibilità che potrebbero mettersi in atto.

Non è utile "far finta" che non stia cambiando niente; le coppie che spesso dichiarano di rimanere insieme per i figli, non riescono poi ad evitare che dinamiche disfunzionali ricadano proprio su questi ultimi. Affrontare una separazione e cercare di salvaguardare o, se si è già andati troppo in là, di recuperare una dimensione di genitorialità è sicuramente un obiettivo per favorire il benessere di tutta la famiglia.

I bambini, soprattutto oggi, con lo scenario variegato di tipologie di famiglie con cui vengono in contatto (a scuola, nel tempo libero, attraverso i media), sono in grado di accogliere un cambiamento ed adattarsi, ma vanno sicuramente rassicurati rispetto a dei timori che potremmo definire fisiologici.

Nella quasi totalità dei casi, uno dei genitori lascia la casa in cui si conviveva. I bambini o ragazzi, devono sperimentare ed imparare che l'assenza fisica non corrisponde ad un'assenza emotiva e che, sicuramente con degli sforzi, i rapporti con entrambi i genitori possono e devono continuare ad essere risorsa. Spesso i figli si ritrovano a dover dividere il proprio tempo tra le abitazioni di entrambi i genitori, a dover portare con sé vestiti, giochi, materiale scolastico e cose proprie, dovendo ridistribuire, insieme al tempo, anche gli spazi ed il senso di appartenenza.

Per portare a termine una separazione con esiti positivi, è importante che la coppia possa recuperare le proprie risorse, contattando la stima e la fiducia che, in passato, sono state alla base del rapporto. Questo per garantire una buona crescita ai figli e un confronto sano con entrambi i genitori. In questi casi, aiutare i genitori a mediare, supportarli al fine di poter distinguere il piano coniugale da quello genitoriale e aiutare i figli a non farsi carico delle ferite dei genitori, sono passi fondamentali per porre le premesse di una famiglia felice, con una nuova struttura ed organizzazione. Laddove la separazione ci sia già stata, accompagnata da eventi che hanno impedito di chiudere serenamente o con la stima di cui abbiamo parlato, può essere importante offrire uno spazio d'ascolto alla famiglia, per aiutare i figli a ricollocarsi nella giusta posizione. Un altro nodo sicuramente importante riguarda i rapporti con eventuali nuovi partner e, in alcuni casi, con i figli di questi ultimi. I bambini ed i ragazzi possono attraversare dei momenti di confusione e ritrovarsi con fratelli e sorelle, che magari dividono con loro la casa o una stanza, e con altre figure di riferimento adulte che, sicuramente, non devono sostituirsi o confondersi con i genitori. Se già per gli adulti questo scenario sembra complesso, è facile pensare cosa possa suscitare nell'emotività e nei pensieri di un figlio, nel quale il senso di lealtà ed i vissuti come il senso di colpa possono necessitare di tempo per esser superati.

Il nostro centro ha in programma degli incontri esperienziali su questa tematica, sulla separazione e su alcune delle possibili conseguenze all'interno delle famiglie;  incontri durante i quali, con l'aiuto di strumenti sistemici, e grazie all'utilizzo di supporti visivi e grafici come le fotografie, il disegno ed attività ludiche strutturate, si aiuteranno proprio i figli a facilitare, riallacciare o pensare in una nuova maniera il rapporto con i genitori.

L'idea è che non solo con le parole ma anche con le immagini, la storia della famiglia possa essere rinarrata, modificandone il finale, non negando una separazione forse inevitabile, ma ricucendo quegli strappi emotivi dolorosi che ne sono conseguiti, così da  favorire il benessere di tutta la famiglia.

Per coloro che fossero interessati, sarà possibile restare aggiornati sui laboratori in programma cliccando sul link sottostante:

http://www.associazioneinverso.it/psicologia-roma/psicologia-low-cost-novita-roma/31-s-o-s-genitori.html 

 

Articolo redatto dalla Dr.ssa Lia D'Angelo (aprile 2017)

 

A quale genitore non capita (più o meno spesso) di trovarsi in difficoltà quando il proprio figlio propone dei comportamenti "problematici"? Può accadere, per esempio, che i bambini non rispettino le regole, facciano eccessiva confusione o che adottino comportamenti apertamente oppositivi o di ritiro. Le reazioni più comuni ma, ahimè, generalmente anche poco efficaci, sono:

  • sgridare
  • fare le prediche
  • minacciare (spesso senza poi far seguire i fatti alle parole)
  • punire

In queste circostanze - come ben sanno i genitori stessi - circolano emozioni di rabbia e frustrazione, sia nell’adulto che nel bambino, impegnati in una sorta di fallimentare braccio di ferro per il controllo della situazione.

A questo punto è opportuno fermarsi per cercare di focalizzare qualcosa che evidentemente sfugge nel flusso, presi, come si è, dal “fare” e dal cercare soluzioni che possano arginare il comportamento problematico e, soprattutto, le emozioni sgradevoli che vi si associano.

Innanzitutto chiediamoci: perché i bambini “non si comportano bene”?

Una prima considerazione è che il desiderio di rispondere adeguatamente alle richieste dell’adulto, seppur presente, deve fare i conti con la spinta verso l’autonomia: i bambini vogliono avere la sensazione di poter controllare la situazione!

Inoltre, diciamo la verità: comportarsi “bene” in genere richiede più impegno che comportarsi “male”! Pulire e mettere in ordine una stanza non è divertente come fare confusione, mettersi silenziosamente in fila per uscire dalla classe è più faticoso che muoversi disordinatamente chiacchierando con i compagni.

Infine, c’è da dire che a volte i comportamenti inadeguati possono avere a che fare con una reale difficoltà del bambino, ossia essere l’espressione della mancanza o compromissione di specifiche competenze in connessione ad altrettanto specifici quadri psicopatologici (es.: ritardo, autismo, ADHD, etc.).

E’ evidente che capire che tipo di “fatica” sta esprimendo il figlio attraverso il suo comportamento-problema permette al genitore di compiere un passaggio fondamentale: rimodulare le proprie aspettative ed eventualmente ritarare la strategia educativa (in termini di tempi, obiettivi, strumenti).

In ogni caso, non cambia il “modus operandi”, ormai ampiamente condiviso dagli esperti del settore: se si vuole intervenire (a seconda dei casi: modificare, eliminare o ridurre) su specifici comportamenti è più efficace ricorrere a strategie che si basino su premi piuttosto che su punizioni!

 

PERCHE’ E’ IMPORTANTE PREMIARE E GRATIFICARE I BAMBINI?

Sebbene, come dicevamo poc’anzi, è comprensibile e comune che di fronte a ripetuti comportamenti inadeguati dei figli si attivino nei genitori sentimenti di sconforto, rabbia e confusione, ciò non è “vincente”: i bambini hanno bisogno di sentire dall’adulto esattamente l’opposto, ossia fiducia, calma, chiarezza e fermezza. In questo quadro generale, sono decisamente più motivanti i premi rispetto alle punizioni.

I bambini sono infatti più facilmente spinti a fare qualcosa se ciò consente loro un risultato positivo: “controllano” in tal modo la situazione attraverso il proprio comportamento e hanno una gratificazione (sia in termini di premio ottenuto che di autostima) per la fatica impiegata.

Le punizioni (date in risposta al non aver fatto quanto atteso) vanno invece usate solo in caso di necessità perché, sebbene possano agire da deterrente, non è escluso che inneschino dei comportamenti problematici, dettati dal risentimento e dalla frustrazione. Inoltre non fanno migliorare l’autostima del bambino. In ogni caso, è auspicabile che coincidano con la perdita di privilegi (es.: divieto di vedere la tv la sera), piuttosto che con l’obbligo a fare cose indesiderate (es: operazioni di aritmetica supplementari).

Inoltre, per quanto riguarda i premi, c’è da evidenziare che:

  • forniscono ai bambini un incentivo temporaneo a provare nuove modalità di comportamento
  • possono essere concordati con il bambino, dandogli così l’attenzione e il “controllo” di cui ha bisogno
  • possono essere beni materiali, ma anche – e meglio ancora - attività (per esempio tempo di gioco esclusivo con mamma o papà o con i compagni di classe, una gita domenicale, etc.)
  • dovrebbero essere cose attraenti ma piccole (sebbene commisurate allo sforzo richiesto al bambino)

 

I PROGRAMMI DI GRATIFICAZIONE PER I BAMBINI

Seguendo il noto riferimento teorico della Token Economy – tecnica largamente utilizzata, tra l’altro, anche in ambito scolastico – è possibile sfruttare il “potere” dei premi inserendoli all’interno di un vero e proprio programma di gratificazione, da creare “ad hoc” per il bambino che presenti particolari comportamenti problematici: tenendo conto di variabili quali temperamento, età, interessi e contesto, si dovrà pensare in modo creativo a un programma che lo motivi facendogli sentire che quello è il “suo” programma (di cui si terrà traccia attraverso opportuni tabelloni o simili).

Questo tipo di intervento è generalmente efficace per bambini tra i 3 e i 10 anni e può essere utilmente applicato per comportamenti quali: conflittualità tra fratelli, difficoltà a finire i compiti, comportamento inadeguato a tavola, etc.

L’associazione InVerso sta organizzando a Roma un mini laboratorio dal nome “S.O.S. GENITORI”: tre incontri che si terranno a Roma, focalizzati ciascuno su una specifica tematica e “sfida educativa”. In uno di essi ci occuperemo, appunto, di come gestire i comportanti-problema, entrando nel merito dei programmi di gratificazione e costruendone insieme alcuni.

A breve maggiori dettagli ;-)

Se sei interessato ai nostri laboratori esperienziali sull'argomento, clicca sul link sottostante:

http://www.associazioneinverso.it/psicologia-roma/psicologia-low-cost-novita-roma/31-s-o-s-genitori.html 

 

Articolo redatto dalla Dr.ssa Laura Dominijanni (marzo 2017)

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